La Simbologia Siciliana

La Simbologia Siciliana è antica e intrisa della sua storia millenaria, della sua cultura e delle sue tradizioni. Nessuna terra come la Sicilia è così fortemente legata ai sui simboli.

E “Poiché ci sono innumerevoli cose che oltrepassano l’orizzonte della comprensione umana, noi ricorriamo costantemente all’uso di termini simbolici per rappresentare concetti che ci è impossibile definire o comprendere completamente.

Questa è una delle ragioni per cui tutte le religioni e le tradizioni esoteriche impiegano un linguaggio simbolico o delle immagini”. (Jung “L’uomo e i suoi simboli”)

Se in generale ciò che noi chiamiamo simbolo è un termine, un nome, o anche una rappresentazione che può essere familiare nella vita di tutti i giorni e che tuttavia possiede connotati specifici oltre al suo significato ovvio e convenzionale. Esso implica qualcosa di vago, di sconosciuto o di inaccessibile per noi.

Simbolismo siciliano - Teste di Moro

La triscele

Sicuramente tra i più antichi e conosciuti simboli siciliani è il Triscele (dal greco Triskelion). Proveniente dalla simbologia orientale è già presente in Sicilia nel VII Sec. A.C., ma è con i romani che assume anche un valore geografico, infatti in molte delle monete della Sicilia romana è presente il Triscele.

Dopo i Romani, la Sicilia è stata dominata dai Bizantini e dagli Arabi, dai Normanni e dagli Angioini, quando nel 1282 scoppia il Vespro e il simbolo del Triscele con assoluto valore geografico – dopo un lungo periodo di quiescenza nella coscienza dei siciliani – appare con la medusa alata al centro, sopra un vessillo diviso in diagonale rosso a destra e giallo oro a sinistra, contro gli Angioini.

Oggi è il simbolo ufficiale della Sicilia inserito al centro della bandiera giallo-rossa siciliana.

Il Carretto Siciliano

Il Carretto siciliano è tra gli elementi che più di tutti connotano la cultura siciliana, non solo per l’aspetto folkloristico che ha assunto nel corso degli anni ma, soprattutto per ciò che rappresenta nella storia dell’isola; è, infatti, strettamente legato alla sua tradizione culturale ed economica.

Fino al ‘700, a causa dello scarso sviluppo nelle strade dell’isola, i trasporti venivano effettuati principalmente con l’aiuto degli animali da soma o via mare.

La prima descrizione dettagliata di un Carretto Siciliano risale al 1833 e la troviamo nel resoconto di un viaggio intrapreso in Sicilia da Jean Baptiste Gonzalve del Nervo.

Egli fu il primo viaggiatore a raccontare di aver visto sulle strade siciliane dei carretti con delle raffigurazioni sulle fiancate: l’immagine della Vergine Maria e di alcuni Santi.

Il Carretto fu alla base dell’economia siciliana fino agli anni ’50 del secolo scorso.

Alla costruzione del Carretto lavoravano maestri di ogni genere: falegnami, fabbri, pittori e scultori. In ognuna della sue parti ci sono delle decorazioni che la contraddistinguono e che indicano l’area geografica di provenienza: la presenza di giallo e rosso con decorazioni fitomorfe è tipica della Sicilia Occidentale, quella di prugna e azzurro con decorazioni antropomorfe è tipica della Sicilia Orientale.

Elemento fondamentale è la ruota la cui costruzione richiede particolare competenza.

Simbolismo siciliano - Carretto Siciliano

Pupi Siciliani

Pupi (dal latino pupus, i, che significa bambinello) sono le caratteristiche marionette armate di quel teatro epico popolare che, venuto probabilmente dalla Spagna di Don Chisciotte, operò a Napoli e a Roma, ma soprattutto, dalla prima metà dell’Ottocento, in Sicilia, dove avrebbe raggiunto il suo massimo sviluppo.

I pupi sono espressione “splendente” di quello spirito epico, eroico e cavalleresco, che dalla Chanson de geste medievale ai grandi poemi del Boiardo e dell’Ariosto, a tutta una tradizione letteraria, musicale, figurativa, e in particolare teatral popolare, segna lo sviluppo di un’educazione sentimentale e di una visione etica e poetica del mondo.

I pupi esprimono la volontà di continuare a battersi in quella che è stata definita “la più invisibile delle guerre invisibili” che, con i nostri ideali, sosteniamo dentro di noi più che fuori. Non a caso i pupi costituiscono un umile ma tenace segno di contraddizione e di resistenza rispetto alla logica della rassegnazione e del peggio, che è di tanta cultura e letteratura di “vinti”.

I pupi ci aiutano a capire il Gran Teatro del Mondo, dove si è fin dalla nascita “agiti”, giusta l’idea pirandelliana secondo la quale “siamo tutti pupi” (marionette, burattini, maschere, ombre), animati, stando alla Bhagavad Gita, dall’ onnipotente Spirito divino, che è nel cuore di tutti gli esseri e tutti agita al ritmo incalzante del tempo, col potere della meraviglia”.

La tradizione Cavalleresca

All’inizio furono soprattutto i cantastorie a tramandarne il ricordo. A partire dal sec. XIX il racconto popolare dell’epica cavalleresca franco normanna utilizzò il pupo già conosciuto rivestendolo di foggie che si rifacevano alla iconografia cinquecentesca. Gli eroi paladini, rappresentati nel teatro dei pupi, unitamente alla esalazione dei valori morali di cui sono campioni, mettono in risalto il confronto tra la civiltà europea ed islamica, del cui urto la Sicilia è stata teatro: per questi valori i paladini lottano e muoiono, rimanendo cosi nella cultura popolare tra il mito e la storia vera.

Teste di Moro

Passeggiando per le vie siciliane è possibile rimanere incantati dinanzi alle maestose Teste di Moro, in siciliano note anche come “Graste”, che da secoli arricchiscono e colorano le balconate di questa magnifica terra. Figlie di una tradizione millenaria, queste prestigiose opere d’arte dalla raffinata manifattura artigianale, non nascono da una deliberata fantasia artistica, esse trovano tutte un’origine comune in un’antica leggenda: protagonisti di questa struggente vicenda un giovane Moro ed una bellissima fanciulla siciliana.

Il Moro e la Fanciulla Vendicativa

Secondo la leggenda, intorno all’anno 1000, nel pieno della dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere arabo di Palermo “Al Hàlisah” (che significa la pura o l’eletta) oggi chiamato Kalsa, una bellissima fanciulla viveva le sue giornate in una dolce quanto solitaria quiete, dedicando le sue attenzioni all’amabile cura delle piante del suo balcone.

Dall’alto del sua balconata fiorita, ella venne un giorno notata da un giovane, un Moro. Sopraffatto da una violenta passione per essa, il giovane Moro non esitò un attimo a dichiararle il suo amore. La giovane, colpita dalla promessa d’amore ricevuta, accolse e ricambiò con passione il sentimento dell’ardito corteggiatore.

Eppure il giovane, che non si era fatto scrupolo alcuno nell’abbandonarsi alle più dolci profusioni amorose, in cuor suo celava un gravoso segreto: moglie e figli lo attendevano difatti in Oriente, in quella terra nella quale egli doveva fare ora ritorno. La fanciulla distrutta nell’apprendere una tale notizia ed amareggiata per quell’amore tradito che si accingeva ora ad abbandonarla, fu colta da un’ira funesta che la spinse inesorabilmente ad imboccare la strada della vendetta. Ella meditò di cogliere il momento di maggiore vulnerabilità dell’uomo per ricambiare l’impietosa slealtà precedentemente subita.

La vendetta

Così nella notte, mentre egli caduto in un sonno profondo e riposava ignaro della sua sorte, ella colse l’attimo propizio e lo colpì mortalmente. Il moro che l’aveva amata e che si accingeva a partire ora non l’avrebbe più abbandonata. Decise inoltre che il volto di quel giovane, a lei eppur caro, sarebbe dovuto rimanere al suo fianco per sempre, perciò senza esitazione alcuna tagliò la testa del giovane creando con essa un oggetto simile ad un vaso e vi pose all’interno un germoglio di basilico. La scelta di piantarvi del basilico fu sancita dal fatto che, come ella ben sapeva, questa odorosa pianta dal greco “Basilikos”, si accompagna da sempre ad un’aura di sacralità rappresentando difatti l’erba dei sovrani; in tal modo, nonostante il terribile atto compiuto, ella perseguiva il dissennato amorevole fine di continuare a prendersi cura del suo adorato.

Depose infine la testa sul suo balcone, dedicando ogni dì alla cura del basilico che in essa cresceva. Ogni giorno le lacrime della giovane bagnavano la pianta regale, che prospera cresceva divenendo sempre più florida e rigogliosa. I vicini, pervasi dal profumo del basilico e guardando con invidia la pianta che vigorosamente maturava in quel particolare vaso a forma di Testa di Moro, si fecero realizzare vasi in terracotta che riproponevano le stesse fattezze di quello amorevolmente custodito dalla fanciulla.

Oggi ogni Testa di Moro che viene prodotta reca una corona, un elemento sempre presente volto a riproporre la regale pianta che originariamente impreziosiva la testa del giovane Moro protagonista della triste vicenda.

L'altra leggenda

Secondo un’altra versione della leggenda, la fanciulla siciliana sarebbe stata invece di nobili origini, e visse un amore clandestino con un giovane arabo, ma questo amore impossibile venne ben presto scoperto ed il disonorevole atto punito con la decapitazione di entrambi i giovani innamorati. La vergogna di questo amore sarebbe stata inoltre proclamata dall’affissione di entrambe le teste (tramutate per l’occasione in vasi) su di una balconata. Lo scempio, esaltato da queste teste poste alla mercé dei passanti, sarebbe stato in tal modo un monito fattivo contro ogni altra possibile sconveniente passione. Per tale motivo le teste di Turco verrebbero realizzate in coppia, in ricordo ed in onore dei due innamorati assassinati.

L’Aquila Sveva

Simbolo del più conosciuto tra i Re di Sicilia, Federico II di Svevia, venne adottato come Stemma del regno di Sicilia. Ancora oggi molte delle città siciliane riportano nel proprio stemma l’Aquila Federiciana.

Simbologia siciliana - Aquila Federiciana

Fichi d'India

Il fico d’India è considerato uno dei simboli della Sicilia. Fa da contorno a foto e cartoline ma l’Opuntia ficus-indica, originario nome botanico, è in realtà originario del Mesoamerica.

Infatti, il suo nome, è legato al fatto che il nuovo continente, prima di chiamarsi America, era noto come Indie Occidentali (c’è chi sostiene però che ancora prima, nell’827 d.C., i Saraceni portarono la pianta in Sicilia quando sbarcarono a Mazara).

Fu presto importato in Europa: inizialmente rimase una curiosità da orto botanico, presto però si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo. E’ infatti una pianta infestante, resistentissima, e che si adatta a tutte le condizioni climatiche, a patto però che la temperatura non scenda al di sotto dei 6 gradi centigradi.

In condizioni adeguate può raggiungere anche i 5 metri di altezza e vivere fino a 50 anni; ne esistono circa 200 varietà: in poche di esse i frutti sono commestibili, tutte però in primavera si ricoprono di fiori per lo più gialli, dando allegria al paesaggio.

I frutti sono bellissimi: dal giallo al viola, passando per l’arancione intenso, tanta attenzione hanno guadagnato presso artisti, pittori e scultori per lo straordinario aspetto scenografico.

L'Etna

L’Etna con la sua maestosità e misteriosità racchiude in essa un forte richiamo alla simbologia, qui incentrata soprattutto in quella del fuoco generalmente considerato tanto d’origine demoniaca quanto divina, poiché se da una parte con le sue fiamme ed il suo calore distrugge, se col suo fumo oscura e soffoca, dall’altra riscalda ed illumina, rigenera e purifica.

Esso è per eccellenza il simbolo delle passioni ed è inoltre in quasi tutte le religioni simbolo della dannazione eterna.

L’Etna in se è la summa di tutta questa simbologia è per eccellenza la montagna del fuoco e delle grotte e di quest’ultime sui fianchi del vulcano, se ne contano centinaia giacché ad ogni eruzione se ne creano di nuove cancellandone spesso le vecchie, dando opportunità alle menti di viaggiare con l’immaginazione.

L’Arancino

Forse l’elemento gastronomico più conosciuto e legato alla Sicilia, così da diventarne un vero e proprio simbolo.

L’arancino sembra essere stato importato dagli arabi che erano soliti mangiare riso e zafferano condito con erbe e carne, durante i pasti. L’invenzione della panatura nella tradizione viene spesso fatto risalire alla corte di Federico II, quando si cercava un modo per recare con sé la pietanza in viaggi e battute di caccia.

La panatura croccante, infatti, assicurava un’ottima conservazione del riso e del condimento, oltre ad una migliore trasportabilità. Può darsi quindi che, inizialmente, l’arancino si sia caratterizzato come cibo da asporto, possibilmente anche per il lavoro in campagna.

Simbologia siciliana - L'Arancino

Gli Agrumi

Nessuna tipologia di frutti è più legata a una terra come gli Agrumi alla Sicilia. Tra leggende e storia, dal limone all’arancio la Sicilia profuma di Zagara.

Secondo la mitologia greca, in occasione delle nozze tra Giove e Giunone, la dea Terra avrebbe piantato in onore della sposa in un giardino situato in un’isola (la Sicilia) alcuni alberi dai frutti simili a sfere d’oro (Agrumi), simbolo d’amore e fecondità.

Giove, per evitare possibili furti da parte dei ladri, avrebbe messo a custodia tre fanciulle dal canto dolcissimo, chiamate esperidi: Egle, Esperunda e Aretusa, figlie di Atlante e della dea Notte.

Da questa narrazione deriverebbe il significato augurale, legato alle nozze, che si attribuisce ai fiori d’arancio. Risale ai tempi delle crociate l’usanza di impiegare i fiori d’arancio per addobbare gli abiti delle spose. I cavalieri orientali li regalavano il giorno delle nozze alla propria sposa; le tradizioni saracene attribuiscono ai fiori d’arancio valore di fecondità.

La diffusione in Sicilia

Gli agrumi vennero introdotti in Europa inizialmente a scopo ornamentale; solo successivamente furono scoperte le qualità intrinseche dei frutti, ricchi di vitamina C. In particolare, l`arancio amaro (o melangolo) è stato introdotto in Sicilia dagli arabi nel corso del VII secolo, mentre un mosaico nella villa del Casale di Piazza Armerina, testimonia la presenza in Sicilia nel periodo tardo-imperiale romano del cedro e del limone.

Nel periodo delle grandi esplorazioni geografiche, navigatori Genovesi e Portoghesi diffusero l’arancio dolce in Spagna, Liguria, Calabria e Sicilia; da qui l’etimologia dialettale dell’arancio “Partuallu”, da Portogallo.

Probabilmente fino al XVI secolo furono coltivate soltanto arance bionde, soprattutto a scopo ornamentale e religioso: per questo motivo ancora oggi gli agrumeti in Sicilia vengono chiamati “giardini”.

Col passare del tempo furono scoperte nuove varietà di agrumi, come il bergamotto, il pompelmo, il mandarino mediterraneo, le clementine e i tangerini.

In Sicilia, nel 1700/’800, l’elevata redditività dell’agrumicoltura spinse in modo notevole la diffusione di questa coltura che con il passare dei secoli si arricchì di nuove tipologie particolari, riscontrabili solo nell’isola, come l’Arancia Rossa di Sicilia.

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